Autore: Salman Rushdie
Titolo italiano: L'incantatrice di FirenzeTitolo originale: The Enchantress of Florence
Anno di pubblicazione: 2008
Genere: romanzo contemporaneo
Ambientazione: India e Firenze, XVI sec.
Voto: 8½ /10
Il romanzo si apre con l'arrivo
alla corte di Sikri, durante la massima fioritura della dinastia Moghul di un
giovane straniero "dai capelli gialli". Il viaggiatore è un
occidentale , fiorentino come si scoprirà poi, a cui è stato imposto come missione
di vita di trovare l’unico uomo in grado di ascoltare la storia custodita dallo
straniero senza essere vittima della maledizione che grava su essa.
Il viaggio del giovane dai mille
volti e dai mille nomi (l’Uccello, Mogor dell’Amore, Niccolò Vespucci) non è
solo un viaggio dall’Europa all’Asia, ma anche un viaggio del tempo: attraverso
le sue parole farà rivivere durante il tempo del terzo imperatore Akbar della
dinastia Moghul la Firenze del Rinascimento, i suoi grandissimi personaggi
(Machiavelli, i Vespucci, i Medici), le sue rivolte e le sue storie popolari.
In questa cornice magica, perché è così che viene dipinta Firenze dalla penna
in parte orientale di Rushdie, si incastona un personaggio prezioso,
l’incantatrice. Angelica, della divina incantatrice, della maga e della strega,
è un personaggio controverso, sempre a confine fra realtà e delirio, fra
concretezza e leggenda, fra divina bontà e malefica stregoneria. L’incantatrice
è dunque il personaggio chiave attorno a cui ruotano le azioni dei personaggi e
addirittura vive in tutti i livelli della storia narrata: nel passato del Gran
Moghul, nella Firenze rinascimentale, nella storia dell’infanzia di Niccolò
Vespucci e, infine, nel presente di Akbar. Era proprio questo il compito del
giovane straniero “dai capelli gialli” far conoscere la storia della
principessa perduta, Qara Koz, dama Occhi Neri, alla gente di Sikri, fare in
modo che l’amassero e la facessero rivivere nei loro sogni e nei loro desideri.
Il compito del giovane, però, non si esaurisce nel raccontare la storia di
Angelica, ma anche ritrovare la sua famiglia; Akbar era infatti consanguineo
della principessa Qara Koz e Niccolò figlio della stessa. I conti, però, non
tornano: Angelica infatti avrebbe dovuto vivere per un tempo ben più lungo di
una vita mortale per mettere al mondo un figlio, il figlio che ora si presenta
a corte come parte integrante della famiglia imperiale. Niccolò vive e racconta
la sua vita con una bugia, una menzogna di cui non è cosciente, il Gran Mogol,
invece, gli paventa l’idea di una situazione ben più realistica: essere l’erede
della figlia della principessa perduta. L’imperatore, prima, il fantasma di
Qara Koz, poi, racconterà la vera storia del giovane; nel Nuovo Mondo,
l’America ancora selvaggia, i taboo
sociali avevano perso il proprio valore e lui, il biondo Niccolò, è il figlio
di un incesto, fra padre e figlia. Il
viaggiatore aveva il compito di illuminare la corte sulla propria identità, in
realtà sarà lo stesso Akbar a fargli conoscere la sua vera storia.
Il giovane terminando la sua
storia diviene profeta della caduta della dinastia Moghul, come la conclusione
della lettura delle pergamene di Malquides rappresenta la fine della stirpe dei
Buendia nel romanzo Cent’anni di solitudine. La verità, la corruzione dei
valori e dei taboo diventano cause
della fine di una famiglia, di una storia e di un’eredità.
Il romanzo è di una complessità
fuorviante, sembra una stanza di specchi dove la stessa immagine si ripropone
distorta e con ripetitività nel tempo e nello spazio. Il riflesso della realtà è
la storia del giovane Niccolò e lo Specchio di Angelica è la sua serva. Queste
immagini riflesse rendono difficile comprendere all’interno del romanzo dove
trovare il confine fra la realtà e il misticismo, fra la verità e la menzogna,
fra l’oggettività e la soggettività. Per confondere maggiormente le idee
l’autore curva le leggende popolari, la storia e i temi sulla vicenda creando
una fluttuante dimensione in cui convive l’essere e il non-essere.

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